I Social Media Colpiti da uno Pugno Brutale
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La giuria ha condannato le aziende a pagare 3 milioni di dollari alla ricorrente oggi ventenne, la quale ha testimoniato che l’uso dei social media, iniziato quando aveva 13 anni, l'aveva ossessionata per anni e le aveva causato disturbi mentali gravi, in un turbine di ansie e perdita di autostima. La giuria ha inoltre stabilito che Meta e Google debbano pagare altri 3 milioni di dollari a titolo di risarcimento punitivo.
Entrambe le aziende si sono difese e hanno annunciato ricorso. Il caso ha una valenza molto più ampia del mero risarcimento per danni alla salute mentale. Potrebbe arrecare un vulnus all'applicabilità della Sezione 230 che protegge i social media dalla responsabilità per i contenuti.
La sentenza dimostra che le piattaforme social possono comunque essere soggette a una responsabilità sostanziale quando i ricorrenti fondano la loro richiesta di risarcimento su un difetto di progettazione piuttosto che sui contenuti di terzi.
Sebbene il caso non abolisca la Sezione 230, esso evidenzia che tale protezione non è assoluta e può risultare meno efficace nei casi in cui il presunto danno derivi dall'architettura del prodotto, dai sistemi di raccomandazione o da altre scelte progettuali della piattaforma. Se così fosse per le piattaforme che hanno inquinato la vita politica delle democrazie occidentali si aprirebbe un destino simile a quello delle aziende del tabacco.
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